Viboldone: una scritta in latino che viene da lontano

Intorno a Milano ci sono tanti luoghi di straordinario interesse, luoghi d’arte e di storia che riservano tante sorprese. L’abbazia di Viboldone è uno di questi: si trova nel Comune di San Giuliano Milanese a pochi chilometri dalla città, ma è lontana anni luce dalla vita movimentata che si vive nel centro urbano. C’è campagna, spazio aperto, tranquillità, c’è la Vettabbia che scorre veloce nel parco e in primavera il canto degli uccelli riesce a coprire il ronzio del traffico della vicina tangenziale. La sua storia antica è riassunta nei cartelli e ben illustrata nel suo sito internet; quest’anno festeggia il suo 850° anniversario e la sua storia continua anche grazie ai volontari che organizzano eventi e visite guidate.
La passione per la scoperta dei tesori che si trovano a Milano e dintorni mi ha fatto incontrare un’interessante epigrafe in latino scritta sulla facciata di un edificio rurale adiacente all’abbazia.
L’iscrizione è disposta su due livelli e presenta qualche lacuna colmabile grazie ad alcuni moderni siti internet e trova conferme in modelli che risalgono a tempi lontani.
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AFFRESCO DA VIAGGIO
Questo splendido affresco del I secolo d.C. rinvenuto nel 1937 ad Ercolano rappresenta un raro esempio di pittura "portatile" dell'antichità romana.
A differenza della maggior parte degli affreschi parietali fissi, quest'opera fu concepita per essere mobile, montata su una struttura in legno carbonizzato con la funzione sia da supporto che da cornice.
La scena raffigura dieci amorini impegnati in un complesso rituale attorno a un tripode che regge l'omphalos, la pietra sacra che simboleggiava il centro del mondo a Delfi.
Il supporto ligneo è eccezionalmente preservato grazie al processo di carbonizzazione avvenuto durante l'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., un fenomeno tipico dei reperti organici di Ercolano.
L'affresco fa parte del Parco Archeologico di Ercolano.

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Gherardo Petrarca

Indagine biografica sulla vita del fratello minore di Francesco, basata sulle fonti storiche e sulle opere del grande poeta, che a lui si rivolse e che di lui parlò nelle sue Lettere.
La conversazione è dedicata a Gherardo Petrarca, il fratello minore che fece una scelta molto lodata ma non imitata da Francesco, un fratello esemplare, che fu compagno di vita del nostro poeta; cercheremo informazioni su di lui negli studi e nelle (non molte) fonti storiche che lo riguardano; ci serviremo delle opere di Francesco per ricostruire una biografia il meno possibile immaginaria.
Nella pagina seguente potrai visualizzare o scaricare l'invito
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QVI (NON) FU BATTEZZATO SANT’AGOSTINO
In via Lanzone, all’altezza del N. 30, nei pressi della chiesa di Sant’Ambrogio, si trova la piccola chiesa di S. Agostino in Camminadella, edificio poco appariscente sul cui timpano spezzato campeggia un’iscrizione del XVI sec. che indica questo come il luogo in cui sant’Agostino fu battezzato da Sant’Ambrogio.
L’iscrizione è questa:
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DIVUS AUGUSTINUS |
SANT’AGOSTINO |
Possibile che Agostino sia stato battezzato in questo luogo, vicino alla chiesa di Sant’Ambrogio e lontano dal Duomo? Proviamo a indagare, partendo dalle parole del santo.
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Dopodiché
Nel vocabolario italiano ci sono espressioni ordinate in ordine alfabetico che lasciano il loro rango di parole normali per uscire alla ribalta e diffondersi inspiegabilmente nei discorsi di tutti. Luca Goldoni fu un grande osservatore di questo fenomeno, al punto da scrivere libri interi su una parola (Dipende, Cioè…) o su un modo di dire (Lei m’insegna, Colgo l’occasione, Non ho parole…).
Questo strano fenomeno poco tempo fa ha reso protagonista la parola “resilienza”, da molti detestata, ha reso pervasiva l’espressione qualunquistica “quant’altro”, tanto per ricordare alcuni casi recenti. Poi la moda linguistica passa, perché le parole e le espressioni troppo usate stancano, non destano più attenzione e, soprattutto, perdono di efficacia, scadendo nel luogo comune. Chi usa più o si ricorda le espressioni “a monte” e “a valle”?. Cose del tempo passato.
Oggi si sta assistendo alla diffusione a macchia d’olio di “dopodiché”.
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