Dopodiché
Nel vocabolario italiano ci sono espressioni ordinate in ordine alfabetico che lasciano il loro rango di parole normali per uscire alla ribalta e diffondersi inspiegabilmente nei discorsi di tutti. Luca Goldoni fu un grande osservatore di questo fenomeno, al punto da scrivere libri interi su una parola (Dipende, Cioè…) o su un modo di dire (Lei m’insegna, Colgo l’occasione, Non ho parole…).
Questo strano fenomeno poco tempo fa ha reso protagonista la parola “resilienza”, da molti detestata, ha reso pervasiva l’espressione qualunquistica “quant’altro”, tanto per ricordare alcuni casi recenti. Poi la moda linguistica passa, perché le parole e le espressioni troppo usate stancano, non destano più attenzione e, soprattutto, perdono di efficacia, scadendo nel luogo comune. Chi usa più o si ricorda le espressioni “a monte” e “a valle”?. Cose del tempo passato.
Oggi si sta assistendo alla diffusione a macchia d’olio di “dopodiché”.
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Petrarca e i servi
Petrarca aristocratico
Tutti quelli che hanno studiato il latino o che hanno studiato la storia della schiavitù hanno letto la lettera nella quale Seneca parla dei servi (schiavi), che vanno trattati umanamente, perché a questo mondo siamo tutti conservi, esseri umani tutti soggetti al destino.
Francesco Petrarca, in una lettera[1] inviata al fratello Gherardo, ha dei servi una stima molto diversa rispetto quella di Seneca nell’epistola indirizzata a Lucilio[2]. Scopriamo così, con una certa sorpresa, un lato aristocratico della mentalità del grande poeta, allineata con quella delle classi privilegiate del tempo e opposta a quella del filosofo latino, come risulterà rileggendo le parole di questi due grandi autori.
Petrarca prende spunto dai conviviorum gloriosa fastidia (gloriosi fastidi dei conviti), i pranzi ufficiali, durante i quali si chiede: quid non iniuriarum a servis contumeliarumque perpetimur? (cosa non subiamo di offese e ingiurie da parte dei servi?).
E inizia la sua polemica con Seneca dicendo
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Biella - Ricordo di una chiesa che non c’è più

Il duomo di Biella che oggi domina l’ampia piazza omonima è un edificio abbastanza recente, che raccoglie l’eredità di un lontano passato, quando la città era piccola e il cristianesimo agli albori. La chiesa più antica dedicata a Santo Stefano fu abbattuta e sostituita dalla chiesa di S. Maria Maggiore (o in Piano) iniziata nel 1402. Anche questa chiesa non c’è più: è stata sostituita nell’ottocento dall’attuale cattedrale, ultimata nel 1926. Il suo interno è molto originale e suggestivo, con affreschi a trompe l’oeil eseguiti da vari artisti, tra cui anche Francesco Gonin, il celebre illustratore del Romanzo manzoniano: le figure sembrano uscire dalla superficie dell’intonaco e l’inganno continua fino a quando ci accostiamo al muro e ci rendiamo conto della sua superficie piatta.
All’interno della facciata del duomo di Biella si trova una lapide scritta in caratteri gotici che ricorda la fondazione di una chiesa… che non c’è più.
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BASILICA DI SAN PAOLO FUORI LE MURA - LA PORTA BRONZEA
A Roma, i pellegrini di questo Giubileo 2025 che si recano in visita alla Basilica di san Paolo attraversano una Porta Santa “doppia”: infatti, alla porta esterna realizzata nel Giubileo del 2000 corrisponde, all’interno della Basilica, una porta millenaria molto peculiare. 
La Porta Bizantina venne infatti commissionata da Ildebrando di Soana, abate di san Paolo e futuro papa san Gregorio VII, a Teodoro di Bisanzio, grazie al ricco finanziatore Pantaleone di Amalfi. Ha un enorme valore simbolico il fatto che quest’opera così significativa provenga da Costantinopoli e sia stata conclusa e consegnata ben 16 anni dopo lo scisma d’Oriente (1054), che ha diviso cattolici e ortodossi!
La porta è quasi un mosaico di formelle bronzee decorate con inserti d’argento, che rappresentano i principali misteri cristiani e un considerevole numero di santi, a partire da Pietro e Paolo.
Qui per ora ci limitiamo a leggere le tre formelle scritte in latino, di presentazione, in esametri eleganti, impaginati visualizzando i due emistichi (mezzi versi) di cui sono composti.
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- Scritto da Paolo Re
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Cresce la diffusione dell’alfabeto latino

Prima di tutto voglio ringraziare tutti quelli che hanno seguito il mini corso sulla storia dell’alfabeto appena concluso presso la bella e vivace Biblioteca Accursio, dove la dottoressa Cinzia Rossi accoglie le mie iniziative culturali. Voglio poi segnalare una notizia che mi ha fatto grande piacere: l’uso dell’alfabeto latino si sta estendendo nel mondo, a dimostrazione della genialità di questa invenzione degli antichi Romani. Numerose sono le ragioni di questo successo culturale, che si spiega anche con la sua capacità di adattarsi, con qualche modifica e integrazione, a lingue anche non neolatine.
Tra le prime ragioni della sua diffusione collochiamo sicuramente l’uso di una lingua che ha adottato l’alfabeto latino: l’inglese, lingua franca internazionale e dell’informatica, fondamentale nell’interazione con l’intelligenza artificiale.
Un’altra importantissima ragione è
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- Scritto da Franciscus
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