Mediolani

Un pezzo di bravura

Leggendo il De divinatione di Cicerone, mi sono imbattuto in un passo che ha suscitato la mia curiosità: nel secondo libro, in cui Marco Tullio confuta la fede del fratello Quinto nella divinazione, al cap. XXX (§ 63-64) per dimostrare quanto siano “fantasiose” le profezie, fa riferimento a un passo del secondo libro dell’Iliade, in cui l’indovino Calcante deduce il numero degli anni della guerra di Troia dall’osservazione di una strage di passeri divorati da uno spaventoso serpente.

Cicerone racconta di aver tradotto per diletto (otiosi convertimus) i versi omerici (B’ 299 – 330) che riportano un discorso di Odisseo ai soldati achei; il grande oratore attribuisce il discorso ad Agamennone, ma, per parlare della sua vena poetica, questo dettaglio è ininfluente.

Cicerone generalmente fu sottovalutato come poeta già dai suoi contemporanei, ma tale giudizio fu condizionato da tanti fattori, che vanno dall’eccellenza ed esemplarità della sua prosa all’avversione personale e politica. Chi invece si limita a valutare quello che resta della produzione poetica di Cicerone apprezza la qualità soprattutto delle traduzioni di originali greci.

Troviamo l’elenco delle opere poetiche di Cicerone nel ricco portale https://tulliana.eu a lui dedicato, in cui compare anche la positiva valutazione dell’opera giovanile Aratea[1], versione latina del poema didascalico ellenistico Phaenomena (φαινόμενα) di Arato di Soli (III sec. a.C.)

Riporto qui il giudizio complessivo dell’opera poetica ciceroniana di Antonio Traglia, che curò l’edizione dei frammenti poetici per il Centro di studi ciceroniani[2]. Nelle “…traduzioni poetiche occasionali inserite nelle opere filosofiche… non solo cura in modo attento la forma dimostrando un’innegabile tendenza all’effetto artistico, ma si attiene, se non alla lettera, allo spirito dell’originale greco”.

Con atteggiamento positivo e privo di pregiudizi propongo una mia personale analisi della traduzione ciceroniana del passo omerico confutando il giudizio eccessivamente severo di “poetastro” che ancora prevale nel comune sentire[3].

Ecco la versione ciceroniana del passo dell’Iliade (con traduzione a lato)

Ferte, viri, et duros animo tolerate labores,
auguris ut nostri Calchantis fata queamus
scire ratosne habeant an vanos pectoris orsus.
Namque omnes memori portentum mente retentant,
qui non funestis liquerunt lumina fatis.

 

 

Argolicis primum ut vestita est classibus Aulis
quae Priamo cladem et Troiae pestemque ferebant,
nos circum latices gelidos, fumantibus aris,
aurigeris divom placantes numina tauris
sub platano umbrifera, fons unde emanat aquai,
        10


 

vidimus immani specie tortuque draconem
terribilem, Iovis ut pulsu penetraret ab ara;
qui platani in ramo foliorum tegmine saeptos
corripuit pullos; quos cum consumeret octo,
nona super tremulo genetrix clangore volabat;

 

 

cui ferus immani laniavit viscera morsu.
Hunc, ubi tam teneros volucris matremque peremit,
qui luci ediderat, genitor Saturnius idem
abdidit et duro formavit tegmine saxi.
Nos autem timidi stantes mirabile monstrum
             20


 

 

vidimus in mediis divom versarier aris.
Tum Calchas haec est fidenti voce locutus:
'Quidnam torpentes subito obstipuistis, Achivi?
Nobis haec portenta deum dedit ipse creator
tarda et sera nimis, sed fama ac laude perenni.

 

 

Nam quot avis taetro mactatas dente videtis,
tot nos ad Troiam belli exanclabimus annos;
quae decumo cadet et poena satiabit Achivos.'
Edidit haec Calchas; quae iam matura videtis."

Sopportate, uomini, e tollerate con coraggio le dure sofferenze, per poter sapere se le profezie del nostro augure Calcante siano vere o vane, dato che tutti quelli che non lasciarono la vita per funesto destino tengono ben a mente il prodigio.

 

Appena Aulide fu vestita di argoliche vele, che a Priamo e a Troia portavano peste e rovina,

noi intorno alle gelide fonti, tra are fumanti, mentre con tori dalle corna dorate placavamo le volontà degli Dèi, sotto l’ombroso platano donde sgorga la sorgente d’acqua

 

vedemmo un drago dall’aspetto e dalle spire tremende, terribile, come se spuntasse dall’ara per impulso di Giove: afferrò i pulcini protetti da un tetto di foglie sul ramo del platano: mentre li divorava tutti e otto, la genitrice, nona, volava al di sopra, con tremulo stridio;

 

la belva ad essa dilaniò le viscere con un morso disumano. Dopo che ebbe ucciso i teneri uccellini e la madre, il genitore saturnio, lo stesso che lo aveva messo alla luce, lo fece sparire e lo chiuse sotto una dura pietra.
Noi, immobili e timidi vedemmo quel mostro prodigioso

 

aggirarsi fra gli altari degli dèi.
Allora Calcante con voce autorevole disse queste parole: “Perché mai all’improvviso restaste stupiti e impietriti, o Achei? Il creatore degli dèi in persona diede a noi questi prodigi, riferibili a un tempo molto lontano, ma portatori di eterna gloria.

 

Infatti quanti uccelli vedete uccisi da morso crudele, tanti anni di guerra dovremo soffrire a Troia: nel decimo anno essa cadrà e la sua sofferenza sazierà gli Achei”.

Queste parole pronunciò Calcante e questi eventi vedete che ormai sono maturi.

 

Ed ecco il testo omerico (sempre con traduzione a lato)

τλῆτε φίλοι, καὶ μείνατ᾽ ἐπὶ χρόνον ὄφρα δαῶμεν

ἢ ἐτεὸν Κάλχας μαντεύεται ἦε καὶ οὐκί.                     300

εὖ γὰρ δὴ τόδε ἴδμεν ἐνὶ φρεσίν, ἐστὲ δὲ πάντες

μάρτυροι, οὓς μὴ κῆρες ἔβαν θανάτοιο φέρουσαι·

χθιζά τε καὶ πρωΐζ᾽ ὅτ᾽ ἐς Αὐλίδα νῆες Ἀχαιῶν

ἠγερέθοντο κακὰ Πριάμωι καὶ Τρωσὶ φέρουσαι,       305

 

 ἡμεῖς δ᾽ ἀμφὶ περὶ κρήνην ἱεροὺς κατὰ βωμοὺς

ἕρδομεν ἀθανάτοισι τεληέσσας ἑκατόμβας

καλῆι ὑπὸ πλατανίστωι ὅθεν ῥέεν ἀγλαὸν ὕδωρ·

ἔνθ᾽ ἐφάνη μέγα σῆμα· δράκων ἐπὶ νῶτα δαφοινὸς

σμερδαλέος, τόν ῥ᾽ αὐτὸς Ὀλύμπιος ἧκε φόως δέ,    310

 

 βωμοῦ ὑπαΐξας πρός ῥα πλατάνιστον ὄρουσεν.

ἔνθα δ᾽ ἔσαν στρουθοῖο νεοσσοί, νήπια τέκνα,

ὄζωι ἐπ᾽ ἀκροτάτωι πετάλοις ὑποπεπτηῶτες

ὀκτώ, ἀτὰρ μήτηρ ἐνάτη ἦν ἣ τέκε τέκνα·

ἔνθ᾽ ὅ γε τοὺς ἐλεεινὰ κατήσθιε τετριγῶτας·            315

  

μήτηρ δ᾽ ἀμφεποτᾶτο ὀδυρομένη φίλα τέκνα·

τὴν δ᾽ ἐλελιξάμενος πτέρυγος λάβεν ἀμφιαχυῖαν.

αὐτὰρ ἐπεὶ κατὰ τέκνα φάγε στρουθοῖο καὶ αὐτήν,

τὸν μὲν ἀρίζηλον θῆκεν θεὸς ὅς περ ἔφηνε·

λᾶαν γάρ μιν ἔθηκε Κρόνου πάϊς ἀγκυλομήτεω·      320

 

 ἡμεῖς δ᾽ ἑσταότες θαυμάζομεν οἷον ἐτύχθη.

ὡς οὖν δεινὰ πέλωρα θεῶν εἰσῆλθ᾽ ἑκατόμβας,

Κάλχας δ᾽ αὐτίκ᾽ ἔπειτα θεοπροπέων ἀγόρευε·

τίπτ᾽ ἄνεωι ἐγένεσθε κάρη κομόωντες Ἀχαιοί;

ἡμῖν μὲν τόδ᾽ ἔφηνε τέρας μέγα μητίετα Ζεὺς          325

 

 ὄψιμον ὀψιτέλεστον, ὅου κλέος οὔ ποτ᾽ ὀλεῖται.

ὡς οὗτος κατὰ τέκνα φάγε στρουθοῖο καὶ αὐτὴν

ὀκτώ, ἀτὰρ μήτηρ ἐνάτη ἦν ἣ τέκε τέκνα,

ὣς ἡμεῖς τοσσαῦτ᾽ ἔτεα πτολεμίξομεν αὖθι,

τῶι δεκάτωι δὲ πόλιν αἱρήσομεν εὐρυάγυιαν.        330

 

 

Pazientate amici, aspettate il tempo che serve per sapere se Calcante è profeta del vero oppure no. Lo sappiamo bene nei cuori e tutti siete testimoni, esclusi quelli a cui le Parche giunsero a portare il destino di morte, poco tempo fa quando in Aulide si radunarono le navi degli Achei per portare sventure a Priamo e ai Troiani.

 

 

Noi qui intorno, presso la sorgente, ai sacri altari stavamo facendo agli Dèi perfette ecatombi, sotto il bel platano, da cui sgorgava acqua pura; qui apparve un gran segnale: un drago dal dorso scarlatto, terribile, che l’Olimpio in persona aveva dato alla luce,

 

 

 

 

spuntò da un altare e si spinse verso il platano. Là c’erano i piccoli di una passera, sventurata prole, rannicchiati sotto le foglie sulla cima di un ramo: otto, e nona era la madre che li aveva generati: lì li divorò massacrandoli miseramente.

 

 

 

La madre volava intorno piangendo i cari figli; la circondò, l’afferrò per un’ala mentre strideva intorno al nido. Dopo che ebbe divorato lei e i suoi figli, il Dio che l’aveva fatto apparire lo annientò; lo fece una pietra, il figlio di Crono dai torti pensieri.

 

 

 

Noi fermi stupivamo a quel prodigio accaduto.

Poiché il tremendo prodigio era entrato nel sacrificio, Calcante subito dopo parlò pronunciando la profezia: “Perché state in silenzio, Achei dai lunghi capelli? Il saggio Zeus ci diede un gran segno

 

 

 

tardo e tardivo a compiersi, la cui fama mai perirà: come questo mangiò i figli e la madre – otto erano e nona la madre che li generò – così noi tanti anni ancora combatteremo e nel decimo prenderemo la città dalle ampie strade.

 

Il bel passo omerico appartiene a un più ampio contesto: Odisseo deve invitare gli Achei a essere pazienti e fiduciosi in una vittoria lontana ma sicura. L’astuto oratore si serve di un racconto (a tutti piace ascoltare una storia) pieno di elementi patetici, tornando più volte sulla parola “figli” (τέκνα técna) e descrivendo abilmente un ambiente pieno di sacralità, suggestivo e sonoro (cfr. lo stridio della madre che riempie l’aria circostante) evocando particolari orrorifici (cfr. l’implacabile ferocia del mostro apparso e pietrificato all’improvviso), oppure patetici come lo stupendo dettaglio dei piccoli che cercano invano di nascondersi sotto le foglie. Tutto bello, commovente e utile allo scopo di Odisseo, che ricorre alla suggestione facendo leva sui più comuni sentimenti umani per convincere i compagni, stanchi per il lungo assedio.
Poi, quando i cuori degli uditori sono aperti e vulnerabili Odisseo può fare appello alla mente dei compagni con maggiore efficacia: la spiegazione di Calcante vuole dare un senso logico all’antico prodigio, basandosi sui numeri 8, 9, 10, in un gioco che spesso ricorre nella letteratura classica.

Ulisse, il primo grande oratore della storia, convince i compagni a credere nella profezia di Calcante.

La versione di Cicerone ha delle caratteristiche che dimostrano la sua buona vena poetica; ecco alcune osservazioni:

·         Cicerone conserva la posizione di rilievo (inizio e fine verso) che alcune parole occupano nel testo omerico (grassetto azzurro).

·         Alcune parole sono identiche a quelle omeriche o le riecheggiano (cfr. octo = ὀκτώ, stantes = ἑσταότες “estaòtes”).

·         Cicerone introduce due aggettivi composti realizzati con le radici dei verbi fero e gero (“portare”); nel testo omerico non ci sono, ma Cicerone li usa ispirandosi alla tradizione epica latina arcaica (Ennio e Lucrezio). Particolarmente apprezzabile umbrifera (che produce ombra) al posto del generico aggettivo omerico καλή calé = bella; ricordiamo che nelle lingue classiche i nomi di pianta sono femminili).

·         Cicerone inserisce numerose forme arcaiche (evidenziate dallo stesso codice cromatico rosso sottolineato): aquai per aquae; divom per deorum; versarier per versari; decumo per decimo, parole che danno solennità e alzano il registro stilistico epico della versione latina.

·         Exanclabimus è una forma verbale che merita un discorso a parte: non è solo un arcaismo, ma è anche un verbo molto raro, come se Cicerone avesse voluto emulare Omero nell’uso di parole poco comuni. In Plauto significa “bere fino in fondo”; in Cicerone assume il valore di “soffrire”.

·         In questo passo conclusivo il tempo dominante è lo stesso usato da Omero, il futuro (exanclabimus, cadet e satiabit), tempo caratteristico delle profezie; il raro verbo arcaico aggiunge solennità al vaticinio suggerendo l’ineluttabilità degli eventi futuri. Tutta la frase è racchiusa dall’epifora di videbimus.

·         Grammaticalmente interessante l’ut del verso 12, con valore di comparativo ipotetico (= ut si)

 

Concludendo

Gli elementi patetici che caratterizzano il passo omerico nella versione di Cicerone sono attenuati: il grande oratore latino cita il passo omerico all’interno di un’opera filosofica, soprattutto per dimostrare la fallacia delle profezie.

Se vogliamo inventare una sfida fra Omero e Cicerone per cercare un vincitore facciamo male: vincono entrambi. Omero dà dimostrazione della famosa capacità oratoria di Odisseo; Cicerone, nella sua brillante versione latina, traduce per diletto un bel passo dell’Iliade, emulando il modello e dando prova di grande sensibilità poetica, in un gioco fatto di tecnica sopraffina e di continui rinvii lessicali.
Un pezzo di bravura di un bravissimo traduttore.

Studio dedicato all’amico collega Mauro Zamarioni, che a “Itaca”, vive lontano dal clamore



[1] “Opera giovanile di Cicerone, scritta quando era ancora admodum adulescentulus (N.D. II, 104), attorno al 90-89 a.C., gli Aratea sono una traduzione latina in esametri dei Phaenomena di Arato di Soli (III sec. a.C.), poema didascalico ellenistico di argomento astronomico. Degli Aratea si conservano un lungo passo di 480 versi giunto per tradizione diretta e numerosi frammenti più brevi, che conosciamo dal De natura deorum (II, 104-114) e grazie a Prisciano. Il confronto con i passi greci corrispondenti lascia rilevare una tecnica versoria molto libera, che dà adito a rielaborazioni più o meno profonde dell'originale, secondo l'uso latino di emulare, e non imitare, i modelli greci. Nel caso specifico, Cicerone aggiunge all'asciutto poemetto astronomico greco, e al suo lessico prezioso e ricercato, maggior colore, soprattutto tramite le vivaci e pittoresche descrizioni e una tendenza al grandioso e al patetico, per cui traeva ispirazione dalla grande poesia romana, Ennio in primis. È rimarchevole il contributo degli Aratea alla tecnica versificatoria esametrica; in particolare Cicerone sembra trasporre nei versi la sua tendenza al periodare ampio in prosa, rompendo i confini del verso e dando forte impulso alla tecnica dell'enjambement. Forse in un secondo momento, a giudicare da un'epistola ad Attico di dubbia interpretazione (Att. II, 1, 11, datata giugno 60 a.C.), Cicerone tradusse anche la seconda sezione del poemetto di Arato, i Prognostica (Div. I, 13-15)”. [F. Piccioni] https://tulliana.eu/opera/aratea/

[2] A. Traglia, Marco Tullio Cicerone, I frammenti poetici, Mondadori 1962

[3] Interessante il recente studio di Katarzyna Marciniak dal significativo titolo “Cicerone: il più grande dei poeti” tratto dalla rivista "Ciceroniana on line" II, 1, 2018 (pagg. 105-161) che è corredata da un’impressionante bibliografia, disorientante per mole ma ottima per avere un’idea sugli studi che riguardano l’argomento. Una sua frase riassume bene lo spirito con cui affronta l’argomento: “Marco Tullio Cicerone “gode” della fama di poetastro, o meglio del più grande grafomane della storia della poesia, l’incarnazione assoluta di tutti i peccati possibili contro le Muse. Scopo del presente contributo è mettere in discussione questo stereotipo.”