
Dopo vari decenni di oblio trascorsi nei depositi, nel Civico Museo Archeologico di Milano sono ora esposte due Tavole di patronato (Tabulae patronatus) di Caio Silio Aviola, due lastre bronzee con inciso un testo epigrafico. Sono frutto di un acquisto fatto dal Comune di Milano a un’asta nel 1934 e da allora facevano parte delle collezioni del Museo. Dalle fonti documentali le lastre risultavano essere quattro, tutte riferite alla stessa persona di Caio Silio Aviola da un lato e a quattro diverse città dall’altra (1).
Due sono però andate perdute ma di queste fortunatamente ci è stato tramandato il testo, dal momento che erano state oggetto di studi epigrafici e storici fin dal XVII secolo. La prima lastra esposta presenta cinque fori di affissione e delle fratture in tre angoli che però non intaccano il testo iscritto che è il seguente:
M(arco) Crasso Frugi L(ucio) Calpurnio /
Pisone co(n)s(ulibus) /
III Non(as) Febr(uarias) /
civitas Themetra ex Africa hospitium /
fecit cum C(aio) Silio C(ai) f(ilio) Fab(ia) Aviola [eu]m /
liberos posterosque eius sibi liberis /
posterisque suis patronum cooptave/
runt /
C(aius) Silius C(ai) f(ilius) Fab(ia) Aviola civitatem Theme/
trensem liberos posterosque eorum /
sibi liberis posterisque suis in fidem /
clientelamque suam recepit /
egerunt Banno Himilis f(ilius) sufes /
Azdrubal Baisillecis f(ilius) /
Iddibal Bosiharis f(ilius) l(egati)
FOTO 1 THEMETRA
Tradotto
Nell’anno di consolato di Marco Crasso Frugi e di Lucio Calpurnio Pisone, il terzo giorno prima delle None di Febbraio, la comunità di Themetra, situata in Africa, sancì un patto di ospitalità con Caio Silio Aviola, figlio di Caio della tribù Fabia, per lui stesso, i suoi figli e i loro discendenti e lo scelse come patrono per sé, per i suoi figli e i loro discendenti. Caio Silio Aviola, figlio di Caio della tribù Fabia, per lui stesso, i suoi figli e i loro discendenti in patto di fedeltà e nella sua clientela accolse la comunità di Themetra, i suoi figli e i loro discendenti. Stipularono (l’atto) i delegati: Banno figlio di Himil, suffeta, Azdrubal figlio di Baisillec, e Iddibal figlio di Bosihar.
La seconda lastra esposta presenta otto fori di affissione e delle lacune a causa di una frattura che ha asportato la parte iniziale delle ultime tre righe e porta il seguente testo:
M(arco) Crasso Frugi /
L(ucio) Pisone co(n)s(ulibus) /
senatus populusque Thimili/
gensis hospitium fecerunt cum /
C(aio) Silio C(ai) f(ilio) Fab(ia) Aviola praef(ecto) fabr(um) /
eumque liberos posterosque /
eorum sibi liberis posterisque /
suis patronum cooptaverunt /
C(aius) Silius Aviola praef(ectus) fabr(um) Thimili/
{li}gens(es) universos sibi liberis post/
{t}erisque suis suorumque in fidem /
clientelamque suam suorumque /
recepit egerunt legati /
Azrubal sufes Annobalis f(ilius) Agdibil /
Boncarth Iddibalis f(ilius) Risuil /
[..]nno Azrubalis f(ilius) Aucfiarzo /
[…]n Ammicaris f(ilius) Agdibil /
[…]al Balithonis f(ilius) Sirni
FOTO 2 THIMILIGA
Tradotto:
Nell’anno di consolato di Marco Crasso Frugi e di Lucio (Calpurnio) Pisone, il senato e il popolo Thimiligense stipularono un patto di ospitalità con Caio Silio Aviola, figlio di Caio della tribù Fabia, prefetto dei fabbri, scelsero lui stesso, i suoi figli e i suoi discendenti come loro patrono per sé stessi, i loro figli e i loro discendenti. Caio Silio Aviola, figlio di Caio della tribù Fabia, prefetto dei fabbri, accolse l’intero popolo Thimiligense per lui stesso, i suoi figli e i loro discendenti nel patto di fedeltà e nella clientela sua e dei suoi (figli). Stipularono (l’atto) i delegati: Azrubal Agdibil figlio di Annobal, suffeta, Boncarth Risuil figlio di Iddibal, [..]nno Aucfiarzo figlio di Azrubal, […]n Agdibil figlio di Ammicar, […]al Sirni figlio di Balithon.
Le tavole hanno alcuni elementi in comune.
I testi epigrafici sono redatti con un tipo di scrittura definita rustica actuaria, in quanto è riferita agli acta ossia agli atti ufficiali, la scrittura propria dei documenti amministrativi e commerciali. Si differenzia dalla scrittura epigrafica capitale perché non ha la forma quadrata, geometrica classica propria della scrittura epigrafica capitale, ma ha una forma un po’ più allungata, tendente al corsivo, con un tratteggio un po’ inclinato e sottile per sfruttare il più possibile lo spazio. Presenta inoltre degli elementi stilistici rilevanti come i capoversi presenti nella prima lastra.
Sono redatti seguendo uno schema standardizzato che prevedeva la data, l’organo che promulgava il decreto, il nome del patronus, l’oggetto dell’atto, l’accettazione della nomina da parte del patronus, i nomi dei rappresentanti delle comunità contraenti. Probabilmente rappresentavano un sunto del decreto emanato dall’assemblea dei decurioni (decretum decurionum) (2) che veniva poi iscritto in una duplice copia di lastre di bronzo, una destinata all’affissione pubblica nel foro o nella sede di riunione dell’assemblea dei decurioni e l’altra consegnata al patronus come documento personale e da tramandare ai posteri.
Sono lastre di bronzo, un metallo duraturo, non deperibile e non alterabile, a certificare l’importanza del negozio giuridico che veniva stipulato tra i contraenti, che aveva una durata che si potrebbe definire perpetua visto che si estendeva oltre alle due parti contraenti anche ai loro figli e ai discendenti dei loro figli. Queste tavole bronzee dovevano essere esposte pubblicamente nel foro della civitas di riferimento perché tutti venissero a conoscenza del contenuto e dei termini del contratto che veniva stipulato tra le parti.
I fori che presentano ai lati potrebbero rappresentare una prova che fossero affisse in luoghi pubblici ma l’ipotesi più verosimile è che fossero dovuti a un’affissione privata prima nella domus di Caio Silio Aviola come emblemi di prestigio e di valore per il personaggio, in seguito nelle abitazioni o collezioni dei possessori nei secoli successivi. Il fatto che siano state rinvenute nella Valtrompia potrebbe far pensare che egli fosse originario di quella zona o che a fine carriera si fosse stabilito da quelle parti portando con sé le tavole giunte fino a noi.
Altro elemento in comune è la data precisa di stipula che per tutte e due è l’anno in cui erano consoli Marco Crasso Frugi e Lucio Calpurnio Pisone ossia il 27 d.C. L’epigrafe della prima lastra riporta pure il giorno di stipula, il terzo giorno prima delle None di febbraio, cioè il 3 febbraio.
L’oggetto di entrambi i contratti è il patronato. Nel diritto romano il rapporto di patronato è il vincolo che unisce un cittadino romano libero a un suo schiavo a cui viene concessa la libertà e diventa liberto. Per effetto di questo rapporto tra i contraenti si instaura una serie di diritti e doveri reciproci di assistenza e di tutela. Il liberto doveva portare rispetto (obsequium) al suo patronus, prestare giornate lavorative gratuite o altri servizi nel corso dell’anno (operae) e assicurargli la dovuta assistenza e gli alimenti nel caso in cui egli fosse caduto nell’indigenza o nell’incapacità di badare a sé stesso. In caso di grave inadempienza o ingratitudine poteva perdere l’affrancamento e tornare allo stato di schiavo.
Il patronus (3) invece doveva tutelare gli interessi del liberto, privo della capacità giuridica (sine iure) e provvedere alla sua difesa in un’eventuale causa giudiziaria rappresentandolo in giudizio. In origine e in età repubblicana il rapporto di patronato si instaurava solo tra singoli individui. In età augustea si trasforma da contratto giuridico bilaterale individuale in uno strumento politico di integrazione delle popolazioni straniere sottomesse al potere di Roma. Infatti, nei documenti epigrafici esposti compare sempre la figura individuale del patronus ma l’altra parte contraente è una comunità, una collettività rappresentata dai propri legati. Il primo di costoro (Banno figlio di Himil per la comunità di Themetra e Azrubal Agdibil figlio di Annobal per la comunità di Thimiliga) evidenzia anche la sua carica di suffeta, massima carica politica punica (4), il che sta a dimostrare che, pur in presenza di una rappresentanza del potere centrale di Roma, nel I secolo a.C. continuava a sopravvivere l’ordinamento sociale, amministrativo e politico indigeno riconosciuto e rispettato da Roma.
La prima tavola, in cui la comunità contraente è quella della città di Themetra (5), presenta l’oggetto del contratto con la dicitura hospitium fecit, il popolo di Themetra stipulò un patto di ospitalità con Caio Silio Aviola. L’ospitalità verso lo straniero è stata da sempre considerata sacra già nella Grecia classica e continua a esserlo in epoca romana. La mancata ospitalità era considerata un crimine, paragonabile alla mancanza di rispetto verso i propri genitori. Inizialmente il concetto di straniero e di ospitalità nel mondo romano si traduceva in un patto giuridico di patronato che determinava il rapporto tra due soggetti individuali dove l'individuo cittadino romano accoglieva come ospite (hospes) uno straniero nell'ambito di un tipo di relazione in cui uno straniero bisognoso di protezione, poiché non godeva di alcun diritto (sine iure), si trovava a soggiornare a Roma per motivi economici e commerciali e necessitava di essere tutelato nel caso di controversie processuali, il cittadino patrono si faceva garante per lui, lo accoglieva nella propria casa e prendeva le sue difese anche rappresentandolo in giudizio.
L’hospitium quindi era l’atto di accoglienza e tutela di uno straniero da parte di un privato cittadino con pieni diritti (cives optimo iure) e col patronato si definiva tutta una serie di doveri di ospitalità, di protezione e di accoglienza nei confronti di uno straniero. Il rapporto è paritario con precisi diritti e doveri su un piano di reciprocità.
Col tempo questo tipo di relazione si modifica. In ambito imperiale, non è più una relazione tra due individui ma, come vediamo da queste tavole, si trasforma in una relazione che si instaura tra un eminente cittadino romano e intere popolazioni di città lontane facenti parte delle province romane.
L’hospitium da rapporto privato tra due individui si modifica: rimane il cittadino privato mentre la controparte diventa una civitas. Dunque il rapporto di patronato verso il popolo di una città diventa uno strumento diplomatico di diritto internazionale, di inclusione e integrazione degli stranieri nel mondo romano per favorire la romanizzazione di queste popolazioni. Crescevano sempre più le esigenze economiche e i commerci assumevano un ruolo fondamentale nel processo di apertura verso i popoli dei paesi sottomessi. Il popolo straniero cessava di essere nemico e diventava una comunità da accogliere e proteggere nell’ambito dell’impero, entrava a far parte integrante dell’impero romano. Il rapporto di patronato non è più paritario, pur permanendo l’obbligo della protezione, ma introduce un grado di subalternità avvicinandosi al rapporto di clientela. Il fine politico è quello di stabilire un legame ufficiale in cui il cittadino patronus assume le funzioni di ambasciatore e portavoce di queste popolazioni con il potere centrale a Roma e viceversa. Questo ruolo e nuova veste di patronus portano grande rilevanza, accrescono alquanto il prestigio e l’importanza del personaggio che viene investito di questa funzione.
La seconda tavola ci fornisce molte più informazioni. I soggetti contraenti per la comunitas di Thimiliga (6) sono senatus populusqueThimiligensis, ossia il senato e il popolo della cittadina, prova di una avvenuta completa romanizzazione. L’oggetto del rapporto viene definito dalla frase “Thimili{li}gens(es) universos sibi liberis post{t}erisque suis suorumque in fidem clientelamque suam suorumque recepit” cioè Gaio Silio Aviola accolse nella fedeltà e nella clientela sua, dei suoi figli e dei loro posteri tutto il popolo Thimiligense, sé stesso, i suoi figli e i loro discendenti.
In questo caso il rapporto di patronato si amplia e diventa più profondo perché si inserisce e si aggiunge il patto di fiducia, fedeltà (fides) e di clientela (clientela) nei confronti del patronus. Il legame che si instaura tra le due parti comporta un’assoluta fiducia, rispetto e lealtà verso il patronus e allo stesso tempo comporta di diventare suoi clientes ossia persone che si affidavano totalmente a un personaggio che rivestiva un ruolo sociale e politico più elevato per averne dei benefici, degli aiuti economici che garantissero loro la sussistenza, la protezione e la tutela giudiziaria in quanto sprovvisti di capacità giuridica. Non si trattava più di un rapporto paritario ma di subalternità e di dipendenza nei confronti di un cittadino di rango più elevato. I clientes erano obbligati verso il proprio patronus ad assicurargli il loro appoggio e sostegno in caso di una sua candidatura a una carica politica, osannarlo in pubblico, ossequiarlo quotidianamente se presenti in loco presso la sua domus, arruolarsi tra le sue milizie in caso di partecipazione a una guerra, contribuire al suo riscatto se fatto prigioniero in battaglia, di aiutarlo e sostenerlo anche economicamente nel caso in cui fosse caduto nell’indigenza.
Questo tipo di patronato si trasforma in uno strumento internazionale di controllo politico e di sottomissione delle popolazioni dei territori conquistati e annessi all’impero romano. La diffusione e i numerosi rinvenimenti di tavole di patronato in Africa proconsolare e nei territori celtiberici ne sono la prova .
In entrambe le tavole viene designato come patronus la stessa persona, Caio Silio Aviola. Di lui non abbiamo alcuna menzione nelle fonti storiografiche, gli unici dati che abbiamo sono quelli forniti da queste due tavole di patronato e dalle altre due andate perdute. Da queste sappiamo che era figlio di Caio della tribù Fabia, una delle originarie tribù dell’antica Roma, quindi un patrizio di antica tradizione.
Dal nomen Silius, un nomen di origine osca, deduciamo che apparteneva alla gens Silia, una famiglia plebea forse diventata patrizia sotto Augusto. Della gens Silia è nota la figura di Publio Silio Nerva, console nel 20 a.C. nell'epoca di Augusto, che nel 16 a.C. sconfisse le popolazioni dei Trumplini e dei Camuni, popolazioni molto agguerrite della Valle Camonica. I Trumplini erano gli abitanti della Valtrompia e proprio in questa zona nella località di Ponte Zanano, una frazione di Sarezzo, in provincia di Brescia, sono state rinvenute le due tavole di patronato di Caio Silio Aviola. Forse la concessione della cittadinanza romana a queste popolazioni dopo la sottomissione a Roma, favorita dal vincitore Publio Silio Nerva, ha promosso la diffusione nella zona del nome Silius, consuetudine abbastanza diffusa in periodo imperiale come segno di gratitudine verso la persona grazie alla quale avevano ricevuto questo beneficio.
La tavola di patronato di Thimiliga aggiunge un altro tassello alla conoscenza del personaggio Caio Silio Aviola attribuendogli la carica di praefectus fabrum. Non c’è uniformità di opinioni su quali fossero le funzioni del praefectus fabrum (7). Probabilmente era il capo del corpo dei genieri che predisponevano le infrastrutture occorrenti per gli acquartieramenti della Legione III Augusta, di stanza nell'Africa proconsolare. Nelle tavole di patronato di Apisia Maius e di Siagu datate 12 e 13 dicembre del 27 a.C., andate perdute, oltre a quella di praefectus fabrum gli viene attribuita anche la carica di tribunus militum, a certificare un significativo avanzamento nel suo cursus honorum con l’inizio della carriera equestre nel corso dello stesso anno.
Il fatto che ben quattro comunità cittadine del Nordafrica avessero scelto la stessa persona come patronus fa pensare che Caio Silio Aviola si sia distinto in modo particolare e fatto apprezzare da queste popolazioni per opere o azioni di attenzione e di tutela del loro territorio nonché per il loro benessere, riuscendo a instaurare un rapporto di stima e fiducia che ha portato a cooptarlo come loro protettore. Dal canto suo egli portava con sé a Roma un ruolo e un prestigio che davano risalto alla sua persona e fornivano un importante supporto per la sua carriera politica. Da comandante militare diventava mediatore e rappresentante politico, diremmo oggi ambasciatore, di ben quattro cittadine ai confini dell’impero che in questo modo uscivano dall’anonimato e dall’isolamento attraverso una figura che le rappresentava davanti al potere centrale e al Senato di Roma.
Eugenio Bacchion
Note:
1) Le quattro città erano Apisa Maius, Siagu, Themetra e Thimiliga, tutte situate nella provincia dell’Africa Proconsularis romana.
2) Il consiglio dei decurioni (ordo decurionum) era l’organo che amministrava i municipi e le colonie in rappresentanza del potere centrale.
3) Patronus ha la stessa radice “pat” di pater a significare le sue funzioni quasi genitoriali nei riguardi del liberto, suo ex schiavo.
4) Il sufes (suffeta) era la massima carica politica cartaginese, equivalente al console romano. Durava in carica un anno, deteneva il potere politico, esecutivo, giudiziario e se necessario militare. (All’epoca del patto di hospitium e patronatus non è ancora una colonia, in quanto è retta da una coppia di sufetes).
5) Themetra era un’antica città della provincia dell’Africa Proconsularis corrispondente all’odierna Chott Meriem, in Tunisia, a nord di Sousse (Susa), nome punico Hadrumete e latino Hadrumetum. E’ rinomata per le sue terme abbellite da preziosi mosaici.
6) Non si conosce l’esatta ubicazione della cittadina di Thimiliga nell’Africa proconsolare.
7) Il praefectus fabrum veniva nominato dal proconsole o dal governatore della provincia e come lui durava in carica un anno. Difficile e ancora oggetto di studio e dibattito è la collocazione della praefectura fabrum nel cursus honorum. La tesi prevalente è quella che considera la praefectura fabrum come preliminare alla carriera militare e tappa iniziale della carriera equestre.