Aliae disciplinae

Login

Quaere

Nel vocabolario italiano ci sono espressioni ordinate in ordine alfabetico che lasciano il loro rango di parole normali per uscire alla ribalta e diffondersi inspiegabilmente nei discorsi di tutti. Luca Goldoni fu un grande osservatore di questo fenomeno, al punto da scrivere libri interi su una parola (Dipende, Cioè…) o su un modo di dire (Lei m’insegna, Colgo l’occasione, Non ho parole…).

Questo strano fenomeno poco tempo fa ha reso protagonista la parola “resilienza”, da molti detestata, ha reso pervasiva l’espressione qualunquistica “quant’altro”, tanto per ricordare alcuni casi recenti. Poi la moda linguistica passa, perché le parole e le espressioni troppo usate stancano, non destano più attenzione e, soprattutto, perdono di efficacia, scadendo nel luogo comune. Chi usa più o si ricorda le espressioni “a monte” e “a valle”?.  Cose del tempo passato.

Oggi si sta assistendo alla diffusione a macchia d’olio di “dopodiché”.

Cominciamo ad analizzare l’espressione: ortograficamente si dovrebbe e potrebbe scrivere “dopo di che” (senza accento), ma volete mettere come suona “dopodiché”? Un trisillabo efficace, dal ritmo veloce e ascendente, come un anapesto greco, che suggerisce una marcia decisa, scandita dal ritmo battente del tamburo, che non porta a una sosta, ma invita a proseguire allo stesso ritmo. È la chiusura della premessa, è il trionfo della certezza di quanto si è detto prima, è la base stabile da cui derivano conseguenze incontrovertibili. Così si ottengono due risultati: si è autenticata la premessa, cui è stato dato il crisma della verità, e si dà autorevolezza alla conseguenza logica incontestabile di quanto si dirà.

Niente male per una paroletta, vero? dopodiché… non mi resta che suggerire l’equivalente latino: propongo ergo, ma accetto suggerimenti.