Quaere

Assistendo alla bella “Prima della Scala”, sono stato colpito dalla presenza di alcune frasi latine contenute nel libretto dell’opera verdiana La forza del destino, scritto da F. M. Piave. Le ho rintracciate e ho trovato qualche elemento interessante per sottolineare l’importanza che la lingua latina riveste nella cultura.

All’inizio del secondo atto, nell’osteria del villaggio di Hornachuelos, i presenti chiedono all’alcade di benedire la mensa. L’alcade affida l’incarico a quello che gli sembra di più alto rango, uno studente “licenziato” (laureato)[1], che è in realtà Don Carlo Vargas, in viaggio sotto il falso nome di Pereda.  

Lo studente recita “di buon grado” la più classica delle formule latine di benedizione “In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti”, ricevendo l’altrettanto rituale Amen dei presenti, che ringraziano per il cibo che si accingono a mangiare.

Il nobile studente fa poi sfoggio della propria cultura poco dopo, citando l’Eneide di Virgilio[2]: tu das epulis accumbere divum (tu concedi di sedere al banchetto degli Dèi). Non tanti avranno colto la dotta citazione, che è stata pronunciata per sottolineare il proprio rango nobiliare: come il “latinorum” di manzoniana memoria. Infatti la frase latina è seguita da un’espressione ironica facilmente comprensibile a tutti e che oggi si definirebbe politicamente scorretta: “Non sa il latino, ma cucina bene! Viva l'ostessa!”.

Spostandoci nella scena V, nella quale Leonora si trova davanti al convento in cui chiederà di essere accolta, troviamo il testo latino di un coro di frati che cantano.

Venite adoremus et procedamus ante Deum,
ploremus coram Domino qui fecit nos
”.

Venite, adoriamo e andiamo davanti a Dio,
piangiamo davanti al Signore che ci creò.

Il testo fa parte di un salmo più esteso: ne esiste una versione musicale antica cantata in gregoriano[3]; nell’opera costituisce la parte corale del brano “Madre pietosa Vergine”. La maggior parte delle esecuzioni disponibili in rete consente di ascoltare il coro nel contesto dell’aria, con l’accompagnamento dell’orchestra allargata all’organo. Chi volesse invece gustare solo la parte corale può ascoltarla a questo indirizzo: la ripresa video può essere criticabile ma l’audio è, a mio parere, perfetto.

Nell’antico spartito si legge “procidamus” al posto di “procedamus”: in tal caso si potrebbe interpretare come “prostriamoci di fronte a Dio”; perché no? La forma alterata potrebbe essere una trascrizione errata (lectio facilior) o semplicemente un mutamento avvenuto nel tempo, durante le quotidiane recite[4].

Tornando al gioco di parole del titolo di questo breve articolo, il latino fa la sua parte sulla scena: lingua che esprime superiorità (nobiliare), che appartiene alle formule tecniche della Legge e lingua che nel canto colloca l’uomo nella storia e nell’alta spiritualità della preghiera.

 

[1] Poco più avanti, nel narrare la propria storia, Pereda dirà “sarò presto in utroque dottore”: l’espressione latina in utroque (sottinteso iure) era usata nel conferimento della laurea in diritto civile e canonico. Alla formula è anche dedicato il libro “La formula Dottore in utroque iure” di Paolo Silvani, Bologna 1943.

[2] En. I, 79

[3] Il testo intero si trova a questo link; il canto gregoriano qui

[4] Ipotesi avanzata da Francesco Scerbo, Il vecchio testamento e la critica odierna, Firenze 1902, pag. 101 che riporta proprio questo esempio.